Sara è una ragazza come tante. Una sera viene violentata da alcuni balordi. Il mondo di Sara s’infrange: il trauma, il timore di avere l’Aids e in seguito l’accorgersi di essere incinta. Decide di prendere la «pillola del giorno dopo» (condannata dalla Chiesa): non se la sente di vivere, attraverso il bambino, l’incubo di quella sera.
Giulia è violentata dal padre da quando aveva cinque anni. A quindici è rimasta incinta, non ha il coraggio di dirlo a nessuno, il suo mondo è più difficile rispetto a quello che ha vissuto ognuno di noi, non si fida di nessuno e pensa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei.
Se il mondo andasse sempre “alla dritta”, la parola «aborto» non esisterebbe.
La realtà si prende gioco di noi, nei modi più crudeli. Sara è stata costretta ad affrontare l’incubo, tutte le sue certezze sono venute meno. Giulia non le ha mai avute.
Giornalisti (RAI e non) e vari politici si scagliano contro i giovani d’oggi, accusandoli di pensare troppo, essere “bamboccioni”, non aver ideali, non volere figli e preferir vivere nel troppo lusso.
Un tempo le famiglie erano numerose e tutti stavano bene. Era davvero così? La “famiglia tipo” italiana era per lo più contadina; in questo contesto, le famiglie numerose erano considerate fonti di reddito. I bambini aiutavano a casa, assistevano i fratellini, badavano nelle faccende domestiche, collaboravano nei campi fin dalla più tenera età ma non avevano molto tempo per giocare. Il gioco era considerato una perdita di tempo.
Oggi, creare una famiglia e mettere al mondo dei figli sono lussi che non ci possiamo concedere. Trovare lavoro è sempre più difficile. Nell’aprile 2009 i giornali recitavano: «Cassa integrazione in costante aumento, i lavoratori interessati oltre 442 Mila». Basta dare un’occhiata ai dati Excelsior 2009 per avere una piccola panoramica di quello che sta succedendo in Italia.
Semplificando, migliaia di persone hanno perso il posto e dovrebbero reintrodursi nel mondo del lavoro, aggiungendosi alle file dei precedenti disoccupati e dei neo laureati/diplomati.
Se si osservano le statistiche, ci si rende conto che un lavoro, di solito, lo si ottiene con contratto, o a “tempo determinato” o di “collaborazione a progetto” (un tempo definiti “atipici”); entrambi non offrono alcuna sicurezza, soprattutto per una donna che rimane incinta. Il contratto a progetto prevede che la gravidanza comporti la sospensione del rapporto e la proroga dello stesso per 180 giorni ma, una volta terminato il contratto, non offre alcuna sicurezza che questo sia rinnovato. Inoltre, i lavoratori a progetto non hanno il diritto di congedi parentali, o di permessi per malattia del minore ecc., ma godono solo di tutele quali l’astensione facoltativa dal lavoro (per un massimo di tre mesi e fino al primo anno di vita del bambino). La nascita del piccolo potrebbe comportare, quindi, la cessazione o la riduzione dell’impegno lavorativo e non si avrebbe alcun tipo di sicurezza economica perché di sicuro alla neo-mamma non sarà rinnovato nessuno dei due contratti. Sotto questo punto di vista la donna precaria è più svantaggiata rispetto all’uomo.
Nessuna sicurezza finanziaria prevede non solo il non avere accesso a un mutuo per comprare la casa, ma preclude anche la possibilità di creare una famiglia.
E’ impedito ai giovani di avere figli da una società che non tutela la maternità e il diritto a formarsi una famiglia. Si chiede ai giovani di essere meno “bamboccioni”, di formarsi una propria indipendenza, ma non si fa nulla per diminuire il precariato. Come si fa a chiedere a una donna che ha un lavoro precario di far nascere un bambino malgrado non gli possa dare un tetto dove vivere o la sicurezza che possa mangiare tutti i giorni? Un trauma tipico del mondo odierno è il rendersi conto di non poter avere neanche quello che i nostri genitori, con le loro valigie di cartone, potevano avere in maniera quasi scontata: la possibilità di costruirsi un futuro.
Le donne di oggi non vivono una vita da fiaba: sono consapevoli che, improvvisamente, possono trovarsi senza lavoro o non riuscire più a trovarlo quando finirà la cassa integrazione. Come faranno a sopravvivere e a dare una vita decorosa ai figli? I giovani d’oggi sanno che per un lavoro non devono più solo competere con gli altri della loro generazione, ma anche con quelli più grandi di loro, con più esperienza che per mantenere la propria famiglia dovranno barcamenarsi senza sicurezza tra un lavoro e l’altro.
Come può una donna – con un impiego precario, senza sicurezza, senza futuro – diventare madre?
Chi se la sente di rischiare dovrà anche mantenere i figli in qualche modo. Lo Stato di sicuro non l’aiuterà né tanto meno la Chiesa (certamente le preghiere promesse non sfameranno i figli). Le donne d’oggi non vorrebbero abortire, sono costrette da una società che ha perso tutti i valori morali, calpestando la dignità delle persone più deboli.
Fino a quando non ci saranno tutele e anche dopo, ognuno deve essere libero di decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è. Imporre è un crimine. Sta alle donne decidere, secondo la loro moralità, secondo le loro possibilità (e fa male dirlo), se abortire o no (ovviamente nei termini prescritti, in caso contrario diventa omicidio). Negare alle donne il diritto di decidere è compiere un passo indietro gigantesco rispetto a quello compiuto nel 1978. Il corpo di Giulia e Sara subirebbe un’ulteriore umiliazione, costrette a portare avanti una gravidanza che non vogliono solo perché qualcuno ha deciso per loro con prepotenza, solo perché per alcuni le donne sono dei “contenitori”. Tutto questo è fomentare la loro umiliazione e distruggere una volta per sempre il loro libero arbitrio. Costringere, invece, chi non ha sicurezza economica e ha solo lavoro precario ad avere figli vuol dire umiliare i genitori e condannare i bambini a un’infanzia “non felice”. Obbligare la mamma all’abbandono dei piccoli nelle strutture sociali nella speranza di dar loro una vita più decorosa, equivale a condannarla a una vita di rimorso, pentimento e a una sensazione di fallimento perenne. La scelta di abortire non è facile, se qualcuno decide di prenderla è giusto che soffra il meno possibile, se non altro a livello fisico.
La maggior parte di quello che ho scritto in quest’articolo sembra banale e scontato, ma nella società odierna ogni minimo diritto umano sembra essere dimenticato o ignorato. La libertà deve essere sempre tutelata. I casi che ho citato sono solo degli esempi: esistono centinaia di ragioni per cui una donna decide di prendere una decisione così dolorosa. Forse, in ogni caso, noi non prenderemmo mai questa scelta, ma la libertà sta nell’avere la possibilità di decidere.
«Non condivido la tua scelta, ma darei la mia vita affinché tu possa farla».
di Palmira Tiripicchio
(Simpatizzante Italia dei Valori)
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